Clacson che strombazzano, notifiche che dimentichiamo di silenziare, email che arrivano in numero maggiore di quelle che riusciamo a leggere e newsletter che rimangono non aperte e si accumulano. Tutto ciò vi suona familiare? Forse perché sembra normale vivere in una società che corre all’impazzata, facendoci sentire schiacciati tra la pressione della produttività e l’imperativo del consumo. La verità è che, anche se non ci sembra che esista un’alternativa, “rallentare” si può e può comportare anche importanti benefici. Certo, replicherete voi, che è difficile se siamo immersi in un modello di sviluppo lineare che ci chiede di produrre di più, guadagnare di più e, di conseguenza, comprare di più.
Questo, però, è un circolo vizioso che consuma le risorse del pianeta a un ritmo insostenibile e che rischia di erodere anche il nostro bene più prezioso: il benessere psicofisico. Burnout, stress e ansia sono tra le epidemie silenziose della nostra epoca. E se la soluzione a questa duplice crisi, personale e ambientale, fosse la stessa? Il downshifting ovverosia la “scalata verso il basso” non è una rinuncia, ma una scelta consapevole per riappropriarsi della propria vita e, così facendo, alleggerire la nostra impronta sul pianeta.
Nato nei paesi anglosassoni come risposta allo stress da superlavoro, il downshifting è molto più di un semplice cambio di carriera o di una riduzione dell’orario lavorativo. È un riallineamento dei propri valori che porta a mettere in discussione l’equazione socialmente accettata per cui il successo equivale al potere d’acquisto e lo status si misura in beni materiali. Chi sceglie il downshifting decide volontariamente di barattare una parte del proprio reddito e delle ambizioni di carriera “tradizionali” con un bene infinitamente più prezioso: il tempo. Tempo per sé, per le relazioni, per le passioni, per fare esperienze e per vivere in modo più consapevole. Non si tratta di un rifiuto del lavoro o del progresso, ma di una ridefinizione di cosa significhi “ricchezza”. In buona sostanza, la vera abbondanza non risiede in ciò che possediamo, ma nella qualità della nostra esistenza.
L’altra faccia della medaglia di tutto ciò è solitamente l’intrinseca sostenibilità ambientale: nel momento in cui smettiamo di correre, il nostro impatto ecologico si riduce quasi per inerzia. Lavorare meno spesso significa guadagnare meno e ciò si traduce solitamente in una naturale contrazione dei consumi superflui. La “terapia dello shopping” perde il suo fascino quando si ha il tempo e la serenità per coltivare il proprio benessere interiore. Il legame, però, può essere ancora più profondo e strutturale.
Avere più tempo libero permette di adottare pratiche che sono al centro di una vita con un’impronta ambientale ridotta. Si ha il tempo di cucinare partendo da materie prime locali e di stagione, riducendo imballaggi e sprechi alimentari. Si riscopre il piacere di riparare un oggetto invece di gettarlo, di prendersi cura di un piccolo orto sul balcone, di scegliere la bicicletta o di sostituire l’auto con i mezzi pubblici per affrontare gli spostamenti non urgenti. Si privilegiano le esperienze – una passeggiata in un parco, la lettura di un libro, una conversazione con un amico – all’acquisto dell’ultimo gadget tecnologico o di una maglia che segue la moda delle riviste e dei servizi TV. In questo senso, il downshifting agisce come antidoto contro la cultura dell’usa e getta, trasformando la sostenibilità da un dovere astratto a una pratica quotidiana e gratificante.
Se questa prospettiva vi interessa, sappiate che non vi è un decalogo unico da seguire. Il downshifting non è un modello unico e rigido, ma un percorso personale che può assumere forme diverse anche perché non tutti possono o vogliono abbandonare la propria carriera per trasferirsi in campagna. La vera forza di questo movimento risiede nella sua scalabilità. Si può iniziare con dei “micro-downshift”, piccoli gesti quotidiani che, sommati, possono generare un cambiamento significativo. Si può incominciare stabilendo confini chiari tra vita e lavoro, come decidere di non controllare le email dopo una certo orario. Si può dedicare un pomeriggio del weekend alla cura di sé o della casa, a fare decluttering, a frequentare uno swap party invece che fare il solito giro in un centro commerciale.
Un passo successivo potrebbe essere la rinegoziazione del proprio contratto di lavoro per passare ad un orario part-time, oppure l’avvio di un’attività secondaria legata ad una passione che, gradualmente, possa diventare la principale fonte di reddito. Per altri, la scelta può essere più radicale, come un cambio di città per ridurre i costi della vita o una transizione verso una professione più allineata ai propri valori, anche se meno remunerativa. L’importante è iniziare a porsi le domande giuste: “Cosa mi rende veramente felice? Di cosa ho davvero bisogno? Questo lavoro e questo stile di vita stanno nutrendo la mia anima o la stanno prosciugando?”.
Se siamo quindi in cerca di risposte, prendiamo in considerazione il downshifting e potremo forse scoprire che la decrescita non vuol dire perdita, ma può essere un’occasione di conquista di libertà, salute e un piccolo grande passo nella strada della transizione ecologica.
Articolo a cura di Letizia Palmisano.
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