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Appalti verdi, l’Italia a due velocità: 1 bando su 5 non applica la normativa

Appalti verdi, l’Italia a due velocità: 1 bando su 5 non applica la normativa

Arrivata la pagella 2026 per gli acquisti verdi della Pubblica Amministrazione italiana e il quadro che ne emerge presenta luci ed ombre. Se, da un lato, cresce la consapevolezza e migliorano le performance generali, dall’altro quasi un bando di gara su cinque continua ad ignorare i Criteri Ambientali Minimi (CAM), nonostante siano per legge obbligatori dal 2016. È questa la fotografia scattata dal IX Rapporto dell’Osservatorio Appalti Verdi di Legambiente e Fondazione Ecosistemi, presentato al Forum Compraverde Buygreen di Roma 2026. Un’analisi puntuale che, esaminando 847 bandi emessi nel 2025 da 122 stazioni appaltanti, ci dimostra che la strada della sostenibilità è imboccata, ma la piena attuazione del Green Public Procurement (GPP) è ancora lontana. La posta in gioco è altissima: stiamo parlando di una spesa pubblica che, secondo i dati ANAC, si aggira sui 309,7 miliardi di euro, una leva economica decisiva per orientare il mercato verso la transizione ecologica e l’economia circolare.

Appalti verdi: tra luci e ombre, i CAM più disattesi

Entrando nel dettaglio del rapporto, emerge che nel 22,6% dei casi analizzati – pari a 191 gare – i Criteri Ambientali Minimi non sono stati applicati. Un dato che si traduce in un’inadempienza per circa un bando ogni cinque. Quali sono i criteri più ignorati? In cima alla lista troviamo il CAM relativo a calzature da lavoro e accessori in pelle (che dovrebbe essere in vigore dal 2018), non applicato nel 47% dei casi nei quali, invece, sarebbe stato obbligatorio. Al secondo posto si piazza il CAM per gli eventi culturali, con un tasso di mancata applicazione del 40%. Qui, secondo l’Osservatorio, pesa la relativa novità del criterio, che sconta ancora ritardi burocratici ed una diffusione incompleta tra le stazioni appaltanti. Questi due esempi sono emblematici delle sfide che il GPP deve affrontare: da un lato, la difficoltà a rendere pienamente operative norme consolidate; dall’altro, gli ostacoli che frenano l’adozione di criteri più recenti, spesso legati a categorie merceologiche che richiedono regolamenti interni specifici da parte delle PA, un passaggio che allunga i tempi e complica le procedure.

Perché il Green Public Procurement fatica a decollare. Formazione e monitoraggio i nodi critici

Il rapporto va oltre la constatazione delle inadempienze, indagando le cause che rallentano la rivoluzione verde negli appalti. L’indice di performance generale del GPP si attesta ad un discreto 65%, ma questo valore nasconde criticità strutturali. La principale difficoltà, indicata dal 52% delle stazioni appaltanti, è la mancanza di formazione adeguata del personale. Segue, con il 46%, la complessità nella stesura stessa dei bandi di gara. Il dato più allarmante, però, riguarda il monitoraggio: il 78% delle amministrazioni non attua un controllo sistematico sugli acquisti verdi. A questo si aggiunge un vuoto organizzativo: solo l’8% del campione ha istituito la figura del referente per il GPP, una guida chiave per navigare la complessità dei CAM. La situazione è ancora più critica nell’ambito della sanità locale: nessuna delle 26 ASL analizzate ha nominato un responsabile per gli acquisti verdi. In pratica, è come avere una macchina performante, ma senza un pilota esperto a guidarla e senza un cruscotto che ne misuri le prestazioni: si rischia di procedere a tentoni, vanificando il potenziale dello strumento.

ASL, centrali di committenza e aree protette: le performance a confronto

L’analisi per tipologia di stazione appaltante rivela un’Italia a più velocità. Le Centrali di Committenza Regionali si confermano le più virtuose, con un indice di performance dell’83%. Questo risultato è frutto di una maggiore strutturazione, competenze più solide ed una visione strategica che permette loro di applicare i CAM in modo più massivo ed efficace. In buona posizione anche le Aziende Sanitarie Locali (ASL) che raggiungono un indice del 74%. Nonostante conoscano bene lo strumento, faticano a tradurlo in pratica, scontando le già citate carenze in formazione e monitoraggio. In fondo alla coda si trovano gli Enti gestori delle Aree Protette che si fermano ad un indice del 59%. Pur avendo un ruolo cruciale nella tutela ambientale, si rivelano la categoria più fragile, dove la mancanza di formazione (48%) e le difficoltà burocratiche (43%) frenano l’adozione di pratiche di acquisto sostenibili, proprio in quei settori, come tessile ed eventi, dove potrebbero dare un forte segnale.

Dal monitoraggio alle politiche industriali: le 4 proposte per rilanciare gli appalti verdi

Come trasformare gli acquisti verdi da obbligo normativo a leva strategica per la transizione ecologica? Legambiente e Fondazione Ecosistemi avanzano quattro proposte concrete per dare nuovo slancio al GPP.

  • La prima è rafforzare la formazione del personale della PA, creando programmi e strumenti basati sulle migliori pratiche già esistenti;
  • La seconda è migliorare i controlli, introducendo criteri premianti per le stazioni appaltanti virtuose e penalizzando chi deroga sistematicamente alla sostenibilità;
  • La terza proposta allarga lo sguardo all’impatto sociale, suggerendo di usare il GPP come strumento per contrastare il dumping sociale e il caporalato, verificando il rispetto dei diritti lungo tutta la catena di fornitura;
  • Infine, la quarta proposta è trasformare il GPP in uno strumento di politica industriale, capace di guidare l’affermazione di un “Clean Industrial Deal” europeo, sostenendo le filiere produttive sostenibili e innovative.

Come ha dichiarato Enrico Fontana di Legambiente, l’obiettivo è dare una “spinta gentile capace di affiancare le amministrazioni”, trasformando i CAM in un “fattore di qualità degli appalti” e in un antidoto contro l’illegalità.

Articolo a cura di Letizia Palmisano.

Staff IGW

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