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Scongeliamo i cervelli, non solo i ghiacciai: perché la nostra mente è la vera sfida climatica

Published by Staff IGW on Maggio 26, 2026

Ci sono notizie che ci scivolano addosso e altre che si conficcano dentro di noi, come una scheggia. Venire a conoscenza di uno studio pubblicato su Nature che ha trovato, all'interno del nostro cervello, una quantità di microplastiche equivalente a cinque tappi di bottiglia rientra senza dubbio nella seconda categoria. Se non bastasse, nei cervelli affetti da demenza, questo quantitativo è cinque volte superiore. Non stiamo solo riempiendo gli oceani di plastica: la stiamo assimilando fin nelle nostre sinapsi.

Questa immagine disturbante è la porta d'ingresso perfetta per comprendere il messaggio di “Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai” (Solferino), libro di Matteo Motterlini, Professore Ordinario di Filosofia della scienza presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nella frase che dà il titolo al suo saggio è racchiusa una verità purtroppo scomoda: l'ostacolo maggiore nella lotta al cambiamento climatico non è la mancanza di tecnologia, di dati o di soluzioni: siamo noi, o meglio, il modo in cui funziona la nostra mente. Come dice lo stesso Motterlini, “il problema ancora prima che ecologico è cognitivo: ad essere davvero insostenibile è il nostro modo di pensare”.

 

Il paradosso dello scroccone globale

Per capire dove si inceppa il meccanismo, Motterlini ci invita a fare un gioco, un classico dell'economia sperimentale. Immaginate di essere in una stanza con altre nove persone. Ad ognuno vengono consegnati 100 euro. Potete tenerli per voi o versarli in una cassa comune. Ogni euro versato verrà raddoppiato e il totale sarà ridistribuito equamente tra tutti. La matematica è chiara: se tutti cooperano, versando i loro 100 euro, la cassa raggiunge l’ammontare di 1.000 euro che, raddoppiati, diventano 2.000. A ciascuno tornerebbero 200 euro. Un guadagno netto per tutti.

Il nostro cervello, però, forgiato per massimizzare il vantaggio individuale, va in tilt. Una vocina ci sussurra: “E se gli altri versano e io no?”. In tal caso, gli altri si spartirebbero il malloppo e io, oltre ai miei 100 euro tenuti in tasca, riceverei la mia quota senza aver contribuito. Sarei un free rider, uno scroccone. Il problema, tragico, è che se tutti seguono questa logica apparentemente razionale, la cassa resta vuota e nessuno guadagna nulla. “L’ottimo individuale produce un disastro collettivo. Lo stesso fenomeno, su scala planetaria, si replica esattamente nel corso di ogni negoziato sul clima”.

 

Un presente che divora il futuro

La nostra mente non è solo incline all'egoismo strategico, ma è anche terribilmente miope. Siamo programmati per dare un peso sproporzionato al presente. È un'eredità del nostro passato evolutivo, un meccanismo che ci ha permesso di sopravvivere in un mondo pieno di minacce immediate. Il problema, però, è che oggi questo stesso meccanismo ci inganna. Come sottolinea Motterlini, “per come è progettato il nostro cervello del Pleistocene, tra un Big Mac oggi e arterie pulite fra 30 anni non c’è partita”.

E la crisi climatica è la sfida perfetta per mandare in cortocircuito questo sistema: “richiede costi certi ed immediati (la transizione ecologica) in cambio di benefici lontani e diffusi (un pianeta stabile). Il nostro cervello svaluta sistematicamente il futuro e se il domani vale meno, la conseguenza logica è una sola: procrastiniamo. Rimandiamo la dieta a domani e, allo stesso modo, rimandiamo la transizione ecologica al 2035, al 2050, salvo poi rinegoziare le scadenze quando si avvicinano. Ogni rinvio, però, è un debito ecologico che accumuliamo e scarichiamo su chi non può protestare né votare: le generazioni future.”

 

La sindrome della rana bollita

A complicare le cose c'è un altro tranello mentale: la nostra scarsa sensibilità ai cambiamenti lenti e graduali. Se la temperatura di una pentola d'acqua sale di colpo, la rana che nuota al suo interno salterà fuori. Tuttavia, se la temperatura sale lentamente, grado dopo grado, la rana si abituerà, finendo per rimanere bollita. Noi non siamo così diversi. “Quest’estate lo zero termico sulle Alpi ha toccato i 5.000 metri, lasciandoci montagne senza neve. Un evento eccezionale che, però, rischia di diventare la nuova normalità”.

Questo fenomeno, noto come sindrome del cambiamento dei parametri di riferimento, è devastante. “Ogni generazione ridefinisce al ribasso la propria idea di “ambiente normale”, assuefacendosi ad un mondo sempre più degradato. Non percepiamo più il declino come un'anomalia da combattere, ma come lo stato naturale delle cose. È una lenta erosione della nostra percezione che paralizza ogni spinta collettiva all'azione.”

 

I mercanti di dubbio e il fumo negli occhi

Se i nostri bias interni non fossero già sufficienti, c'è chi lavora attivamente per amplificarli. Motterlini documenta con precisione la strategia dei "mercanti di dubbio", come lobby e think tank legati all'industria dei combustibili fossili. La loro tattica, mutuata da quella usata decenni fa dall'industria del tabacco, non è più quella – ormai insostenibile – di negare l'evidenza, ma ritardare l'azione. Come? Seminando incertezza.

Non dicono “il clima non sta cambiando”, ma insinuano che “la scienza non è unanime”, che “la transizione costa troppo” e che “è inutile agire se la Cina non fa la sua parte”. Trasformano un consenso scientifico schiacciante in una questione di opinioni “sfruttando, a loro vantaggio, il cosiddetto bullshit asymmetry principle: l'energia necessaria a smontare una menzogna è infinitamente superiore a quella richiesta per produrla. In un ecosistema informativo saturo, non si censura più la verità, ma la si fa annegare in un oceano di rumore e narrazioni contraddittorie, rendendo impossibile distinguerla.”

 

La maggioranza silenziosa (che non sa di esserlo)

Giungiamo quindi al paradosso maggiore - come spiega Motterlini nel suo Tedx Talk tenuto a Milano il 15 Gennaio “una vera e propria trappola psicologica di massa chiamata ignoranza pluralistica”. Se chiedete in giro avrete l'impressione che, alla maggior parte delle persone, non importi nulla del clima, ma i dati testimoniano il contrario. “Un mega-studio condotto su 130.000 persone in tutto il mondo rivela che l'89% dei cittadini vuole che i propri governi si impegnino maggiormente per il clima. L'86% del campione intervistato vuole che anche gli individui si impegnino maggiormente. Tuttavia, quando si chiede a queste stesse persone di stimare quanti loro connazionali la pensano così, la percentuale crolla al 43%.”

Ecco la trappola: “siamo la maggioranza, ma ci fanno credere di essere la minoranza”. Questa percezione errata è un freno all'azione. Se crediamo di essere soli, non agiamo. Se pensiamo che agli altri non importi, ci sentiamo giustificati a non fare la nostra parte, innescando una profezia che si auto-avvera.

 

Scongelare i cervelli: come se ne esce?

Cosa fare, dunque? Il libro di Motterlini non offre ricette magiche, ma indica una direzione chiara e pragmatica. "Scongelare i cervelli" richiede, prima di tutto, prendere coscienza di queste trappole mentali. La consapevolezza, però, non basta: dobbiamo costruire "protesi cognitive" ovverosia regole, istituzioni ed architetture di scelta che ci aiutino a superare i nostri limiti.

Significa rendere le azioni visibili e la reputazione importante, per scoraggiare i free rider. Vuol dire cambiare le opzioni di default, rendendo la scelta sostenibile quella più semplice e automatica. Richiede investire in un’"educazione civica epistemica" che non insegni cosa pensare, ma come distinguere le informazioni affidabili da quelle manipolatorie. A livello politico, richiede avere il coraggio del preimpegno: fissare vincoli ambientali chiari e a lungo termine, sottraendoli al tira e molla delle campagne elettorali permanenti.

La sfida è immensa, ma la posta in gioco lo è ancora di più alta e Motterlini ci mette di fronte a due possibilità: Possiamo continuare ad esitare, usando il dubbio come alibi per l'inazione e ritrovarci su un pianeta ostile e senza possibilità di ritorno. In alternativa possiamo fidarci della scienza ed accelerare la transizione: costerà fatica e qualche sacrificio, ma, in cambio, avremo città più vivibili, aria più pulita e un futuro ancora possibile. Come conclude Motterlini con una nota di speranza combattiva, se alla fine dovessimo scoprire che la scienza aveva un po' esagerato, poco male: avremo salvato il pianeta, per errore.

 

Articolo a cura di Letizia Palmisano.

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