Car sharing in Italia: tra crisi e trasformazione, il futuro della mobilità condivisa

Cosa sta succedendo al car sharing in Italia e, più in generale, in Europa? Quella che sembrava una rivoluzione inarrestabile, la promessa di una mobilità urbana più libera, economica e sostenibile, oggi sta attraversando una crisi strutturale. Come mai? Cerchiamo di capirlo insieme.
L'immagine delle iconiche auto rosse relegate, da quest’anno, in punti di ritiro fissi e la scomparsa di interi operatori dalle mappe delle nostre città sono il sintomo di un modello di business che, nella sua forma originaria, pare non essere più sostenibile. Tuttavia non si tratta di un addio definitivo, ma di una profonda e necessaria trasformazione. Infatti, mentre l'offerta di auto condivise si contrae, la domanda generale di sharing mobility continua a crescere, delineando i contorni di un futuro diverso, più integrato e tecnologicamente avanzato.
I numeri di una crisi annunciata: crollo dei noleggi e flotte dimezzate
I dati dipingono un quadro impietoso e certificano il declino: se il 2019 è stato l'anno d'oro del car sharing, con quasi 12 milioni di noleggi, il 2024 si è chiuso con appena 4,2 milioni, un crollo di oltre il 60% in cinque anni. Il drastico calo si è riflettuto direttamente sulle flotte: le vetture disponibili sul territorio nazionale si sono dimezzate, passando dalle oltre 6.300 del periodo pre-pandemia alle circa 3.300 attuali, quasi interamente costituite da veicoli ibridi ed elettrici.
Tuttavia il dato forse più allarmante riguarda la disponibilità effettiva dei mezzi: secondo le associazioni di settore, quasi la metà della flotta risulta mediamente inutilizzabile a causa di furti (totali o parziali), atti vandalici e danni non segnalati. A fronte di 1,2 milioni di utenti iscritti ai servizi, quelli realmente attivi che utilizzano il servizio con continuità non superano le 330.000 unità. Un bacino d'utenza troppo ristretto per sostenere un'infrastruttura complessa e costosa, concentrata per oltre l'80% nelle due principali piazze di Milano e Roma.
Perché il car sharing non è più sostenibile? Costi, vandalismi e concorrenza
Le cause di questa crisi sono molteplici e interconnesse. Al primo posto figurano i costi operativi, diventati insostenibili: secondo i dati di Assosharing, ogni singolo veicolo in flotta genera una perdita media di circa 400 euro al mese. Ci sono delle spese più o meno fisse - come ad esempio i costi assicurativi - particolarmente elevati in Italia, la manutenzione e l'impatto devastante di vandalismi e incuria. Auto danneggiate, interni sporchi, incidenti non segnalati e furti di componenti (dalle gomme alle batterie) non solo generano costi di riparazione esorbitanti, ma comportano lunghi periodi di fermo macchina, riducendo ulteriormente i ricavi.
A questo quadro negli ultimi anni si è aggiunta la concorrenza della micromobilità. Per gli spostamenti brevi, l'originario campo di battaglia del car sharing, mezzi come monopattini e biciclette in sharing si sono rivelati più agili, economici ed efficaci. L'utilizzo del car sharing si è così spostato verso noleggi di durata maggiore, snaturando il modello "prendi e usa" e avvicinandolo a un noleggio tradizionale a breve termine.
L'addio degli operatori e la fine del "free floating"
La conseguenza diretta di questo scenario è stata la ritirata o la radicale rimodulazione dei servizi da parte degli operatori. C’è chi ha lasciato alcune città italiane e chi ha previsto che le vetture non potranno più essere prelevate e rilasciate liberamente nell'area di copertura (il cosiddetto modello free floating), ma dovranno essere gestite esclusivamente attraverso le aree specificamente dedicate. Questa mossa, che implica anche la fine dell'accesso gratuito alle ZTL e l'obbligo di pagare il parcheggio sulle strisce blu, segna la fine di un'era. Questa non è una crisi solo italiana: rimodulazioni del servizio sono state decise da diversi operatori anche in altre città del Vecchio Continente.
Non è una fine, ma un'evoluzione: verso un nuovo modello di car sharing
Più che di un fallimento, si tratta di un'evoluzione forzata: il settore sta cercando una nuova sostenibilità economica e operativa. La transizione verso flotte 100% elettriche o ibride, sebbene presenti sfide gestionali legate alla ricarica, è vista come un passo necessario per ridurre i costi del carburante e l'impatto ambientale. Il passaggio a un modello station-based (basato su stazioni fisse), mira a ottimizzare la logistica, semplificare la manutenzione e il rifornimento e ridurre drasticamente l'incidenza di vandalismi e furti, avendo punti di controllo presidiati.
In questo nuovo paradigma, la tecnologia assume un ruolo cruciale. Come sottolineano gli esperti del settore, l'era del "mettere le auto in strada e aspettare" è finita. Per consentire al servizio di sopravvivere, gli operatori devono gestire le flotte con la precisione di un'azienda tech, utilizzando intelligenza artificiale e algoritmi predittivi per ottimizzare il posizionamento dei veicoli, prevedere i picchi di domanda e pianificare la manutenzione in modo efficiente.
Il futuro è integrato: MaaS e il paradosso della domanda crescente
La crisi del car sharing si inserisce in un (apparente) paradosso: mentre i noleggi di auto crollano, la domanda complessiva di sharing mobility in Italia è in crescita. Gli italiani non hanno smesso di volere la mobilità condivisa, ma cercano soluzioni diverse e più integrate. L'esperimento iniziale ha, però, lasciato il posto alla ricerca di un modello più maturo, strutturato e, finalmente, sostenibile.
Il futuro, quindi, potrebbe orientarsi verso piattaforme MaaS (Mobility as a Service), applicazioni unificate che permettono agli utenti di pianificare e pagare i propri spostamenti combinando diversi mezzi: trasporto pubblico, treni, car sharing, scooter, bici e monopattini.
In questo contesto, il car sharing è destinato a diventare uno dei tanti tasselli di un ecosistema di mobilità complesso. Per rendere questo modello sostenibile, le associazioni di categoria chiedono un intervento delle istituzioni, a partire da un'aliquota IVA agevolata al 10%, come per il trasporto pubblico locale, invece dell'attuale 22%.
La promessa di rivoluzionare la mobilità urbana non è quindi svanita: bisognerà attendere per vedere nei fatti quale nuovo assetto riuscirà ad ottenere.
Articolo a cura di Letizia Palmisano.



